PFAS nel Savonese: non è un’emergenza improvvisa, è il conto di anni di sottovalutazione. Legambiente chiede responsabilità, bonifiche e il principio “chi inquina paga”
La contaminazione da PFAS che ha portato all’emissione di ordinanze di divieto per quasi 12.000 persone tra Borgio Verezzi, Pietra Ligure e Villanova d’Albenga non è un fulmine a ciel sereno. È l’esito prevedibile di un sistema di monitoraggio che ha inseguito per anni soglie minime, ignorando la logica dell’accumulo progressivo di sostanze che la natura non sa degradare.
I nuovi parametri introdotti dalla normativa europea — più stringenti e attenti alla classe nel suo insieme — non hanno creato un problema: lo hanno reso visibile. Chi oggi scopre una contaminazione “inaspettata” dovrebbe chiedersi perché per anni ci si sia accontentati di parametri che non intercettavano la realtà del rischio.
Le sorgenti: il sospetto ha un nome e un indirizzo
Non è compito di Legambiente indagare sulle ipotesi al vaglio del tavolo tecnico provinciale, come ad esempio le discariche dismesse nell’entroterra savonese o la fragilità idrogeologica di quei siti e il rischio di percolato nelle falde, le schiume antincendio e le attività produttive potrebbero essere concause plausibili, riteniamo necessario che venga fatto il monitoraggio della concentrazione spaziale dei valori più elevati per poter ipotizzare la provenienza.
I filtri a carboni attivi: una toppa non una soluzione strutturale
Installare filtri a carboni attivi e sistemi di osmosi inversa è un intervento necessario nell’immediato per proteggere la salute pubblica, e questo lo rende accettabile. Ma occorre una bonifica alla radice. I carboni attivi hanno una vita utile limitata, producono un rifiuto (il carbone esausto saturo di PFAS) che a sua volta richiede smaltimento ad alto costo, e non eliminano la fonte. Il rischio concreto è una soluzione provvisoria che si cronicizza, i cui costi di manutenzione e sostituzione vengono scaricati sulle bollette idriche dei cittadini, mentre le sorgenti continuano a rilasciare contaminanti. Chiediamo con forza che i costi della filtrazione siano separati dalla tariffa e posti a carico della collettività solo in attesa della bonifica, e mai come assetto definitivo.
“Acque senza veleni”: un segnale che nessuno ha voluto leggere
L’inchiesta indipendente di Greenpeace dell’inizio del 2025 aveva già mappato la presenza di PFAS sotto la vecchia soglia di legge nei rubinetti del savonese, incluse Savona e Albenga. Quei dati, letti con la logica della conformità normativa, apparivano “rassicuranti”. Letti con la logica del rischio cumulativo e della tossicità cronica, erano un allarme.
La cecità dei controlli: tra sottovalutazione e inerzia burocratica
Alla luce del fatto che il principio di precauzione non attende l’obbligo di legge, chiediamo un’audizione in Consiglio regionale di ARPAL e Provincia di Savona aperta alle associazioni ambientaliste e una relazione dettagliata sui campionamenti effettuati negli ultimi dieci anni sulle falde del Ponente, con l’indicazione esplicita dei parametri ricercati e di quelli ignorati.
Legambiente valuterà la costituzione di parte civile in ogni eventuale procedimento che riguardi le responsabilità di questa contaminazione. Staremo a fianco dei cittadini di Borgio Verezzi, Pietra Ligure, Villanova d’Albenga e di ogni comunità del Ponente. Non accetteremo che il prezzo di questa crisi venga pagato da chi non l’ha causata.

