[>] LIGURIA 2040: TERMINALE CIVICO

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L AI ci ruberà il lavoro?

Una chiacchierata con la signora Maria sul futuro che ci aspetta

 

«L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro.» Quante volte abbiamo sentito questa frase negli ultimi mesi? E ogni volta che ne parlo con qualcuno mi capita di incontrare reazioni molto diverse. C’è chi è entusiasta, chi è curioso, chi pensa che sia soltanto una moda e chi, invece, ha una paura molto concreta del futuro. Immaginiamo allora di sederci davanti a una persona come la signora Maria. Maria, usa WhatsApp, guarda le notizie in televisione e magari ha già incontrato qualche volta la parola “intelligenza artificiale”. Ha sentito parlare di macchine che scrivono, disegnano, traducono, fanno calcoli, guidano automobili e persino di computer che riescono a programmare altri computer. E magari si è chiesta: «E noi cosa faremo?» È una domanda assolutamente legittima. E forse vale la pena provare a rispondere senza slogan e senza raccontarle né che andrà tutto bene né che arriverà una catastrofe.

 


Partiamo dalla cosa più scomoda: sì, il lavoro cambierà

 

Non avrebbe senso negarlo. Ogni grande cambiamento tecnologico ha modificato il mondo del lavoro. Alcune attività sono scomparse, altre sono nate e moltissime si sono trasformate. L’intelligenza artificiale farà probabilmente la stessa cosa. Ci sono attività che un sistema automatico può già svolgere molto bene: inserire e organizzare dati, produrre testi standard, tradurre documenti semplici, cercare informazioni, analizzare grandi quantità di documenti, preparare immagini o assistere nella programmazione. In alcuni casi questo significa che serviranno meno persone per svolgere una determinata attività. Ma qui c’è una distinzione importante. Un’attività non è necessariamente un lavoro. Un medico non è soltanto qualcuno che legge un referto. Un insegnante non è soltanto qualcuno che prepara una spiegazione. Un elettricista non è soltanto qualcuno che legge uno schema. Un artigiano non è soltanto qualcuno che realizza materialmente un oggetto. Un giornalista non è soltanto qualcuno che mette insieme delle parole. Un lavoro è fatto di esperienza, responsabilità, relazione con altre persone, capacità di affrontare situazioni impreviste e, spesso, anche di intuizione. L’intelligenza artificiale può essere molto brava in alcune parti di questi lavori senza essere automaticamente in grado di sostituire la persona che li svolge. Per questo forse la domanda corretta non è: «L’intelligenza artificiale sostituirà il lavoro umano?» ma: «Quali parti del lavoro umano potranno essere svolte dalle macchine e cosa faremo con il tempo che ci verrà restituito?» La risposta dipenderà molto meno dalla tecnologia di quanto immaginiamo e molto di più dalle scelte che faremo come società.

 


E le persone che con la tecnologia non hanno mai avuto confidenza?

Qui la questione diventa ancora più delicata. Ci sono persone che hanno vissuto ogni cambiamento tecnologico come un’opportunità. Io appartengo, per esempio, a una generazione che ha visto arrivare il personal computer, Internet, gli smartphone e oggi l’intelligenza artificiale. Per noi è quasi naturale aprire un nuovo strumento e cominciare a smanettarci sopra. Ma non è così per tutti. Per moltissime persone la tecnologia non è mai stata parte del loro lavoro o della loro formazione. E non possiamo pensare che, davanti all’intelligenza artificiale, tutti debbano improvvisamente diventare esperti di computer. Anzi, potrebbe essere proprio questo uno dei grandi compiti della tecnologia dei prossimi anni: diventare abbastanza semplice da poter essere utilizzata anche da chi oggi è escluso dalla tecnologia.


La signora Maria non ha bisogno di diventare informatica

Immaginiamo ancora Maria. Deve capire una lettera ricevuta da un ufficio pubblico. O una bolletta. Deve prendere un appuntamento. Deve capire quali documenti portare in Comune. Deve tradurre una comunicazione ricevuta da un familiare che vive all’estero. O semplicemente vuole capire cosa significa una parola che ha sentito al telegiornale. Oggi spesso la tecnologia le chiede di adattarsi a lei. Deve trovare il sito giusto, registrarsi, ricordare una password, utilizzare un’app, cercare il servizio corretto, capire una serie di schermate e, qualche volta, chiedere aiuto a figli o nipoti. E se provassimo a fare il contrario? Se fosse la tecnologia ad adattarsi a Maria? «Ho ricevuto questa lettera e non ci capisco niente.» E un assistente digitale potrebbe rispondere: «Va bene Maria, te la spiego con parole semplici. Ti stanno chiedendo questi documenti e devi consegnarli entro questa data.» Questo non significa affidare la propria vita a una macchina. Significa utilizzare una macchina per rendere più comprensibile qualcosa che oggi è spesso inutilmente complicato. Naturalmente l’intelligenza artificiale può sbagliare. Può fornire informazioni errate o inventare una risposta convincente ma falsa. Per questo una delle competenze più importanti del futuro sarà probabilmente proprio questa: sapere quando possiamo fidarci di una tecnologia e quando dobbiamo verificare ciò che ci sta dicendo.

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La tecnologia può anche creare nuovi problemi

Non sarebbe corretto raccontare soltanto il lato positivo. L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per produrre disinformazione, truffe sempre più credibili, immagini false e messaggi personalizzati. Può aumentare la produttività di un’azienda ma anche essere utilizzata semplicemente per ridurre il numero di lavoratori. Può aiutare una persona anziana ma anche rendere ancora più difficile l’accesso a un servizio se l’unica interfaccia disponibile diventa digitale. E c’è un altro problema fondamentale: i dati. Per funzionare bene, molti sistemi hanno bisogno di grandi quantità di informazioni. Chi raccoglie questi dati? Per quale scopo? Chi può utilizzarli? Quanto tempo vengono conservati? Sono domande che dovremo imparare a porci con la stessa naturalezza con cui oggi ci chiediamo quanto costa un servizio. L’innovazione, quindi, non deve significare accettare qualsiasi tecnologia soltanto perché è nuova. Deve significare imparare a utilizzarla bene.

 


E se provassimo a guardare alla Liguria del 2040?

Qui la questione diventa particolarmente interessante. Perché non dobbiamo necessariamente immaginare una Liguria piena di robot. Possiamo immaginare qualcosa di molto più semplice. Una Liguria nella quale la tecnologia aiuta le persone a capire meglio il territorio nel quale vivono. Una Liguria nella quale migliaia di cittadini possono diventare piccoli sensori del territorio. Una segnalazione sull’acqua, un problema ambientale, un rifiuto abbandonato, una situazione anomala, un’osservazione sulla biodiversità: informazioni diverse che, raccolte in modo corretto e rispettoso della privacy, possono diventare una fotografia molto più precisa di ciò che succede realmente. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a trovare collegamenti tra queste informazioni, individuare anomalie, riconoscere situazioni ricorrenti e aiutare chi deve prendere decisioni. Non per sostituire le persone. Per dare alle persone informazioni migliori.


Energia

Pensiamo alle comunità energetiche. Produzione da fonti rinnovabili, consumi, condizioni meteorologiche, accumuli e necessità delle famiglie sono tutti elementi che possono essere analizzati insieme. Un sistema intelligente potrebbe aiutare una comunità a capire quando produrre, consumare, accumulare o condividere energia. La tecnologia non diventerebbe il padrone della rete. Diventerebbe uno strumento per utilizzare meglio le risorse.

 


Mobilità

Anche il trasporto pubblico potrebbe diventare più semplice. Orari, ritardi, coincidenze, variazioni del servizio e necessità degli utenti possono essere raccolti e trasformati in informazioni comprensibili. Non dovremmo essere noi a capire come funziona il sistema. Dovrebbe essere il sistema ad aiutarci a capire come arrivare dove dobbiamo andare.

 

Ambiente e territorio

La Liguria è un territorio complesso. Mare, montagne, fiumi, boschi, città, piccoli comuni e aree industriali convivono in uno spazio relativamente ristretto. Immaginiamo una rete nella quale dati ambientali, osservazioni scientifiche, sensori e segnalazioni dei cittadini possano essere messi in relazione. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a vedere fenomeni che, analizzando manualmente milioni di dati, sarebbe difficile individuare. Ma la decisione finale dovrebbe rimanere alle persone. Perché una macchina può riconoscere un’anomalia. Non può decidere da sola quale valore attribuirle.


 

E gli anziani?

Forse proprio qui potremmo misurare se abbiamo costruito una buona tecnologia. Una tecnologia veramente inclusiva non dovrebbe chiedere a una persona anziana di diventare esperta di smartphone, applicazioni e procedure digitali. Dovrebbe poterle parlare. Dovrebbe poter ascoltare una domanda. Dovrebbe spiegare una procedura con parole semplici. Dovrebbe accompagnarla senza sostituirsi a lei. E, soprattutto, dovrebbe lasciare sempre la possibilità di parlare con una persona vera quando serve. Perché la tecnologia può semplificare molte cose. La relazione umana non è un problema da risolvere.


Un futuro positivo, ma non ingenuo

Non sappiamo come sarà la Liguria nel 2040. Non sappiamo quanti lavori saranno cambiati dall’intelligenza artificiale, quali nuove professioni nasceranno o quali tecnologie utilizzeremo quotidianamente. Possiamo però scegliere che tipo di futuro vogliamo costruire. Possiamo scegliere una tecnologia che concentra tutte le informazioni nelle mani di pochi oppure una tecnologia che aiuta le comunità a conoscere meglio il proprio territorio. Possiamo usarla per sostituire le persone oppure per togliere alle persone le attività più ripetitive e permettere loro di dedicarsi a quelle nelle quali l’esperienza, la creatività e le relazioni contano davvero. Possiamo costruire servizi digitali che chiedono agli anziani di adeguarsi alla tecnologia oppure strumenti che finalmente si adeguano alle persone. E possiamo decidere che i dati prodotti dai cittadini non siano soltanto una materia prima da raccogliere, ma una risorsa da utilizzare con trasparenza, responsabilità e rispetto della privacy. Forse allora la domanda iniziale cambia. Non dobbiamo chiederci soltanto: «L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?» Dovremmo chiederci: «Che cosa vogliamo che l’intelligenza artificiale faccia per noi?» Perché la tecnologia non decide da sola il futuro. Il futuro lo decidiamo noi. E se riusciremo a costruire una Liguria nella quale la tecnologia aiuta un ricercatore a studiare l’ambiente, un’amministrazione a prendere decisioni migliori, una comunità a produrre energia, un cittadino a prendersi cura del proprio territorio e la signora Maria a capire una lettera senza sentirsi esclusa… allora forse, nel 2040, potremo dire di non aver semplicemente seguito il cambiamento. Avremo scelto da che parte portarlo.

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